ORARI DI VISITA

Il Museo Nicolaiano è aperto nei seguenti giorni:
Lunedi : 11:00 / 18:00
Martedi : 11:00 / 18:00
Mercoledi : CHIUSO
Giovedi : 11:00 / 18:00
Venerdi : 11:00 / 18:00
Sabato : 11:00 / 18:00
Domenica : 11:00 / 18:00
+(39) 080 523 14 29 info@museonicolaiano.com

Orario di apertura del museo: 11:00 - 18:00. Tutti i giorni. Mercoledì Chiuso.

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Sala della “Vita Liturgica”

Museo Nicolaiano / Sala della “Vita Liturgica”

VETRINA DEI PARAMENTI SACRI
Molti e belli erano i paramenti liturgici indossati dai canonici e soprattutto dai “Gran Priori” della Basilica. Essi cominciano ad essere descritti negli inventari del XIII secolo (1296), ma soprattutto in quelli del XIV secolo (1313, 1326, 1361). Nel corso dei secoli però questi paramenti sono scomparsi per vari motivi. Quelli che sono qui esposti risalgono al XVI secolo e oltre. Particolarmente interessanti sono l’ampio piviale donato dalla principessa di Policastro, la pianeta donata dal viceré de Guevara e la mitra del gran priore d’Elia. Oltre a quella del de Guevara nella vetrina sono esposte altre 5 pianete di vari colori riccamente decorate e con pietre preziose. Due di esse recano lo stemma gentilizio del donatore. Oltre alla mitra del D’Elia è esposta anche quella del gran priore Ettore Capece galeota (1755-1766). Tutta la base della vetrina è tappezzata di veli di calice. 

Piviale del priore Capece Galeota (1766)
Questo piviale del Settecento è caratteristico per la vivacità dei suoi colori. È noto in Basilica con la sua definizione popolare di “diavolo in bosco”, a motivo di quell’alternarsi del rosso e dell’oro con sete verdi che danno il senso della profondità. Maria Pia Pettinau Vescina scrive che il manufatto è una variante dei tessuti fondo raso a partiture verticali broccati à la manière de Revel prodotti a Lione nel terzo decennio del Settecento, nella fase del “naturalismo”. Lo stemma, identificato (come tanti altri) dal prof. Carlo dell’Aquila, appartiene al priore Ettore Capece Galeota (1755-1766). Se, come sembra, questo paramento faceva parte di quella “cappella preziosa” di cui parla l’inventario del 1804, la donatrice va identificata con la principessa di Policastro.

VETRINA DELLE BOTTIGLIE DELLA MANNA
Nella vita della Basilica di San Nicola un posto privilegiato lo ha sempre avuto la devozione della santa Manna, vale a dire il liquido che si forma nel loculo del Santo sotto l’altare della cripta, quindi venendo a contatto con le ossa del Santo. Sia i devoti baresi che i pellegrini sin dall’arrivo delle reliquie chiedevano ai canonici delle bottigliette piene di questa acqua ritenuta miracolosa in tante avversità. Un po’ ovunque, ma soprattutto a Bari, si diffuse l’usanza di dipingere le bottiglie della manna con scene
della vita del Santo. Le bottiglie esposte in questa vetrina risalgono per lo più all’Ottocento, quando questa arte devozionale produsse dipinti di pregevole fattura. La più interessante è forse quella dipinta dal Montrone raffigurante il Concilio di Nicea (n. 69). Bella anche quella di Nicola che afferra il piccolo
Adeodato per i capelli, strappandolo dalla tavola dell’emiro di Creta e riportandolo ai genitori (n. 70). Due sono dedicate alla nascita di san Nicola (nn. 136 e 137), mentre un’altra raffigura il Santo in carcere (n. 138), dove era finito a seguito dello schiaffo dato all’eretico Ario. Un’altra si ispira ad uno dei riquadri dell’altare d’argento e rappresenta un miracolo al momento della reposizione delle ossa da parte di Urbano II (1° ottobre 1089); un’immagine tra l’altro molto diffusa grazie ad una incisione analoga realizzata dal Sorace (1844).

VETRINA DEGLI ARAZZI
Molto in voga all’epoca di Bona Sforza (+ 1557), la duchessa di Bari divenuta regina di Polonia, questo tipo di manufatti ebbe ulteriore diffusione nel XVII secolo, epoca a cui risalgono entrambi gli arazzi qui esposti.

Per molto tempo è stato ritenuto originario del Cilento ma recenti studi hanno dimostrato che nacque e visse i suoi primi anni a Montepeloso (attuale Irsina), piccolo centro lucano nei pressi di Matera; era figlio di Francesco Miglionico. Nel 1689 si trovava a Napoli ed era iscritto alla corporazione dei pittori; si formò dunque alla scuola di Luca Giordano presumibilmente prima del 1692, anno in cui quest'ultimo partì per la Spagna. È considerato un portavoce della pittura del Giordano nelle zone periferiche della Campania, della Puglia e della Basilicata, luoghi in cui operò e che conservano tuttora molte sue opere, aventi quasi esclusivamente soggetto religioso in quanto commissionate prevalentemente da ordini religiosi. Risale al 1693 il primo documento relativo ad un dipinto da lui effettuato per la cappella di San Giacomo a Mugnano di Napoli; tuttavia l'unica tela attribuita con certezza al Miglionico esistente ancora oggi a Napoli e dintorni è la Pentecoste nella Chiesa di Sant'Antonio a Tarsia. Sempre in Campania eseguì sei tele per la chiesa di San Michele a Sant'Andrea di Conza, nelle quali è stata rilevata anche l'influenza del Solimena, mentre due tele datate 1695 si trovano sul soffitto della chiesa della Santissima Trinità a Baronissi. In Puglia l'artista eseguì numerose opere, in particolare diverse pale d'altare a PutignanoAltamuraCastellana e Bari; in quest'ultima città operò anche nella Chiesa di Santa Teresa dei Maschi dipingendo diverse tele tra cui l'Apoteosi di Santa Teresa. Sue opere si trovano inoltre nella chiesa di Santa Teresa a Bitonto e nella chiesa di Santa Chiara a Nardò. Anche in Basilicata, sua terra natale, si trovano diverse opere del Miglionico, in particolare ad Irsina, dove nella chiesa del Purgatorio vi è una tela raffigurante San Michele Arcangelo ed una Madonna del Carmine. Nella chiesa di Sant'Agostino sempre ad Irsina vi è la tela delle Nozze di Cana risalente ai primi anni del Settecento; in questa tela, considerata un bozzetto preparatorio di un quadro di dimensioni maggiori, è riscontrabile anche una certa influenza che l'opera del Miglionico ricevette dallo stile veneto di Paolo Veronese[3]. Al suo fianco un S. Giuseppe e Gesù Bambino che trova eco nel S. Giuseppe della Visitazione situato nella Concattedrale del paese. Infine nella Concattedrale di Santa Maria Assunta vi sono la già menzionata tela della Visitazione, con la Vergine Maria raffigurata in un affettuoso saluto verso Santa Elisabetta, l'Adorazione del Bambin Gesù, con Sant'Anna protesa verso un Bambin Gesù tenuto tra le braccia della Vergine, e una Madonna in gloria e SS. Battista, Lorenzo e Chiara. La data e il luogo del decesso di Andrea Miglionico non sono chiare: secondo alcune fonti morì a Ginosa nel 1711[1], invece nel libro dei morti presso l'archivio vescovile di Irsina il Canonico don Giuseppe Antonio Mangieri attesterebbe che la morte sia avvenuta in Montepeloso il 10 agosto del 1718[2]. Egli sposò in Napoli Margherita Floccari ed essi ebbero in Montepeloso 5 figli, come dai libri parrocchiali di Battesimi e Cresime: Teodora, Hjeronimo, Jacobus, John Batta, Michele Angelo.